Vi piacerebbe fare un tuffo nel passato, quando la Natura dominava indisturbata e il passaggio dell’uomo lasciava tracce ancora reversibili? Vorreste conoscere un luogo incontaminato, puro… primario? Per nostra grande fortuna ancora esiste un lembo d’Europa in cui la natura è come dovrebbe essere; si tratta della Foresta Białowieża, l’ultimo relitto rimasto di antica foresta primaria temperata europea. Qui frassini, tigli, querce raggiungono i 40 metri di altezza, hanno fusti avvolti “in sudari di mezzo millennio di muschio”, cortecce con solchi tanto profondi da ospitare le riserve alimentari dei picchi.
Per milioni di anni, a Białowieża, la vita ha seguito il suo ciclo naturale; la foresta ha pian piano raggiunto il suo climax, la maturità, arricchendosi di specie, di habitat, di biodiversità. L’Unesco l’ha proclamata patrimonio dell’umanità, ma la protezione non è mai abbastanza: l’avanzamento dell’uomo è un rischio inarrestabile, soprattutto dove la povertà si traduce in lotta per la sopravvivenza. A cavallo tra Polonia e Bielorussia 10.000 ettari di verde ospitano un’importante riserva di biodiversità; in nessun’altra parte del continente ci sono più forme di vita, conosciute e ancora da scoprire. Lo stupore aumenta se si pensa che per ogni ettaro ci sono circa 40 metri cubi di resti vegetali in vari stadi di decomposizione, una natura morta che dà vita a migliaia di specie di funghi, licheni, coleotteri, larve, microbi, specie assenti dai normali boschi controllati dall’uomo e che rappresentano solo le prime maglie di una rete di relazioni animali: donnole, volpi, linci, procioni, martore, lontre, lupi, caprioli, alci e aquile sono alcuni protagonisti di quella che ormai sembra una fiaba ambientata in un luogo fantastico.
La Foresta Białowieża si estendeva a est fino alla Siberia e a ovest fino all’Irlanda. Nel XIV secolo un duca lituano Władysław Jagiełło, dopo l’alleanza fra il suo granducato e il Regno di Polonia, dichiarò la foresta riserva di caccia reale. Per secoli si tramandò questo privilegio passando anche per mano degli zar, quando l’unione polacco-lituana venne conquistata dalla Russia. Durante la Prima guerra mondiale la foresta subì le prime perdite, poiché i tedeschi massacrarono la selvaggina e abbatterono i silenziosi giganti per il legname. Finalmente, nel 1921, un piccolo nucleo originario di foresta, sopravvissuto alle violenze indiscriminate, fu dichiarato Parco nazionale polacco. Sotto i sovietici ci fu nuovamente saccheggio di legname, ma con l’invasione nazista, l’intera riserva divenne esclusiva per il piacere personale di un potente tedesco. Dopo la Seconda guerra mondiale, pare che, ubriaco, Josif Stalin lasciò alla Polonia i due quinti della foresta e poco cambiò negli anni successivi. La Białowieża non è ancora fuori pericolo: oggi i ministri della silvicoltura di Polonia democratica e Lituania indipendente gridano entrambi al “risanamento” della foresta, un eufemismo che cela il taglio indiscriminato degli alberi. La povertà di questi popoli e la convinzione umana che la natura vada gestita per il bene stesso dei boschi sono due armi puntate sulla foresta. Questo stupendo angolo di pace, inoltre, è diviso in due dal confine di ferro eretto nel 1980 dai sovietici per bloccare chi tentava di unirsi al movimento di Solidarnošč in Polonia. Alcuni animali riescono a superare l’ostacolo, saltando o scavando il terreno; altri, invece, come i pochi esemplari di bisonte europeo rimasti, non riescono a riunirsi e a ricreare il nucleo originario, rischiando così di arrivare all’estinzione. Białowieża ospita, infatti, circa seicento Bison bonasus, un piccolo numero che gravato dalla separazione forzata del confine, avrà sempre meno la giusta variabilità genetica per sopravvivere alla selezione naturale. Sono necessari almeno cinquecento anni affinché la foresta possa riprendere i suoi spazi e tornare all’aspetto originario, cinquecento anni senza il più temibile degli animali, l’uomo.
Ippolita Sanso
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